mercoledì, 07 maggio 2008
22:34

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nel cammin di nostra vita...

Archiviato da MaDLoST in: seghe mentali, pensieri slogati

Ieri ho preso l’ormai immancabile i-pod e sono uscito per fare qualcosa che la gente ha dimenticato.

Passeggiare.

Tutti camminano, da un punto A ad un punto B, con obiettivi prefissati da una crudele logica: fare la spesa, andare al lavoro, comprare dei jeans e via dicendo.

Sono difficili da trovare anche le coppie ora. Qualche tempo fa, non avevo una meta prefissata se chiedevo ad una ragazza di uscire. Facciamo due passi e le chiacchiere vengono di conseguenza. Magari ci sta il caffè o l’aperitivo, ma era una cosa che doveva venir da sé, non approvata in precedenza.

Ma si sa, i tempi cambiano.

Cambiano così drasticamente che ieri mentre passeggiavo da solo ho notato che la gente che incrociavo spesso mi guardava sorpresa, come se fossi qualcosa di sbagliato nel regolare flusso di avvenimenti quotidiani. Passeggiavo e non avevo nessuna fretta, mi guardavo intorno, sorridevo ogni tanto quando vedevo qualcosa di buffo e ogni tanto alzavo la testa al cielo per godermi quel limpido e quel sole che mi mancava da tempo. Mi sono così accorto di essere uno spettacolo inconsueto per le persone che camminavano da A a B, per chi ha dimenticato il valore di una passeggiata.

Aspetto ancora una conferma per un lavoro imminente e ora il mio tempo libero è piuttosto versatile, lo ammetto. Non ho figli, non ho impegni, non ho incombenze. E quindi mi godo il tempo che scorre senza ansia. Sì, un po’ di nervosismo c’è, il non fare niente a lungo mi irrita...ma ieri no, ieri avevo tutto il tempo del mondo e l’aria che respiravo era di gran lunga la migliore del creato.

Ho fatto diversi chilometri godendomi ogni istante, completamente da solo e felice di esserlo, a contatto con la strada e poi l’erba, insieme a tutti i miei pensieri ed i miei ricordi.

I tempi cambiano, già. E anche la mia vita. Decido di sedermi addirittura su una panchina, sfilarmi il walls di dosso e rimanere in maglietta, con gli occhi chiusi, sotto un sole caldo che illumina il parco vicino a casa. Sento qualcuno passare e apro un occhio. Una madre con un bambino mi guarda stranita, probabilmente pensando che sia un maniaco o un pazzo e si affretta con il passeggino, non si sa mai con i tempi che corrono.

Tempi che corrono, cambiano, trasformano, si sciolgono su quella panchina.

Penso che Sara sarà a Torino in pianta stabile per un po’. Penso a Anna e alla sua Dublino. Penso a Fabio ed alla sua vita di lavoro e convivenza. Penso a Elle e alle mille sfighe che ha superato. Penso a Marco e ai suoi contratti da chiudere. Penso anche a Bar Sport e alle reunion. Penso alle tante persone di Bologna che catalogo come conoscenze, delle cui vite non mi ha mai importato molto. Penso al serial che adoro, Scrubs, e penso che mi piacerebbe vivere a contatto con degli amici veri con cui confrontarmi ogni giorno, ma per un motivo o per un altro gli amici che sento veri sono lontani. Penso che ora sarà ancora più lontana la ragazza che amo e penso che l’avevo messo in conto a settembre, sarà un anno difficile, mi sono detto, forza e coraggio. Penso che vorrei sapere cosa fare della mia vita, mentre aspetto quella scrivania promessa in una redazione, di quelle vere, in mezzo ai giornalisti importanti e al quel mondo che da sempre mi affascina. Penso che forse dovrei mandare a puttane tutto e vedere di trovare qualcosa da fare a Milano o Londra, le città dove ora vorrei realmente vivere.

E mentre penso a tutte queste cose mi accorgo che nulla torna. Ciò che cambia è fatto per rimanere tale fino alla prossima evoluzione, dettata dalle scelte di ogni giorno. Che le passeggiate sono belle per prendersi un po’ di tempo e respirarlo, ma senza esagerare perché si rischia di rimanere indietro, a rincorrere i sogni di una giornata di sole.

Mi alzo lentamente dalla panchina e riprendo la marcia verso casa.

Sento che qualcosa sta per cambiare e non sono preoccupato. Probabilmente perché mi conosco o forse perché credo fermamente che la prossima evoluzione sia già iniziata.

Ieri sono uscito per fare qualcosa che la gente ha dimenticato.

Passeggiare.

O meglio.

Vivere.

martedì, 01 aprile 2008
14:55

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raccontami una storia

Archiviato da MaDLoST in: racconti, concorsi

Nuovo concorso letterario: "scusa ma ti chiamo stronzo/a".

Già il titolo non è male, a dire il vero, eh? Se anche voi odiate Moccia e tutto quello che scrive, consiglio di dare un'occhiata ai racconti partecipanti. Qualcuno merita più di un suo singolo libro!

E comunque ecco qua due miei racconti per il concorso in atto: Venere e Ma l'amore no. Siete invitati a leggere e commentare, qui e sul forum apposito. Sono piacevolmente accolti anche bonifici sul mio conto corrente, naturalmente.

sabato, 22 marzo 2008
11:51

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Arrivederci (e grazie)

Archiviato da MaDLoST in: racconti, amicizia, video, festa, felicità, ars vivendi

Quando un’era si chiude si rimane sempre senza fiato.

Quando si passa dalle elementari alle medie e poi alle superiori. Quel timore per l’immediato e la nostalgia di una classe di amici lontana da quei nuovi banchi.

Quando ci si ritrova per la prima volta a lavorare. Quella eccitazione per la novità e la paura di non rispondere alle aspettative delle responsabilità donate.

Quando si inizia l’università e dopo sei anni circa finisce tutto con una bella festa. E le classi le hai completate e i lavori sono già diversi a riempire il curriculum, ma il pensiero di aver voltato l’ultima pagina che ti consentiva ancora di sentirti un ragazzo...bè, ti coglie impreparato. E rimani ancora senza fiato. I ricordi scorrono veloci quanto le birre che sono scivolate nei festini di un appartamento di studenti, le immagini vivide delle chiacchierate e delle lezioni e degli esami sono calde quanto l’orribile caffè della macchinetta in portineria, i sapori di sei anni vissuti intensamente sono dolci quanto i baci rubati nei vicoli e nei locali che hai amato.

Benvenuto Dottore, appoggi pure il cappotto all’ingresso. Il Mondo la sta aspettando.

E così ti accorgi che tutto quello che hai fatto fino ad adesso è stata solo una grande preparazione, un aperitivo molto lungo. E ti senti sbronzo perché hai esagerato con l’ultimo spritz, ma la cena è in tavola: antipasto di disoccupazione, primo piatto di lavoro, secondo piatto di responsabilità e ricerca casa, contorno di tasse e bollette, frutta di aspettative e come dolce un mascarpone alla convivenza sostituibile con un affogato al matrimonio. Perché questa è la vita, mica altro.

Nel preciso istante che ti siedi a tavola, il fiato sparisce. Ed i miei sogni? Le mie speranze? I miei ricordi? Riprendi ossigeno un po’ alla volta e ti accorgi che niente è sparito. Solo che d’ora in poi sarà tutto un po’ più difficile. Presto fuori di casa e per davvero, senza l’aiuto di una famiglia alle spalle...ma questo non riuscirà a strapparti la tua volontà di vivere una vita oltre le aspettative di qualsiasi persona che ti conosce. E allora le tue labbra dipingono un sorriso. Ti accorgi di respirare meglio e capisci di non avere paura, che la fiducia che hai in te stesso non te la toglie nessuno. Realizzi che le persone che sono importanti ora lo saranno anche domani se riuscirai a dimostrare quanto loro valgano per te e quanto tu possa essere importante per loro. Comprendi che la sottile linea tra il ragazzo che eri tre giorni fa e l’uomo che stai per diventare è giusto superarla e basta con le mezze misure, ormai sai chi sei e come sei fatto, puoi non piacerti e puoi lavorarci sopra, ma anche l’epoca dei piagnistei è finita. Basta allora anche con le lamentele senza fine e con i discorsi sdrucciolevoli da adolescenti arrabbiati. Trattieni a te quel bambino arrogante e ingenuo che eri, perché la vita ha sempre bisogno di essere guardata con occhi innocenti, ma diventa uomo perché le difficoltà di un mondo così duro possono essere superate solo grazie ai coglioni che puoi dimostrare.

Così sorridi e ti alzi dal tavolo, scusate, prima di iniziare mi fumo una sigaretta fuori.

Accendino, paglia, primo tiro.

E vedo una gran festa e c’è chi è venuto da lontano per me. C’è un rozzo viterbese che sa sviscerare cultura come noccioline, un sorridente siciliano che prende tutto con una sorprendente filosofia, uno stanco padovano che crede di non essere compreso (c’è invece chi capisce le sue parole, ma certi passi si devono affrontare da soli), un fratello romano che sa fare le vocine e impersonare un uomo, un compagno di viaggio imolese che è ancora lì a distanza di anni. E poi ci sono le più belle mamme del mondo, un padre commosso come vedesse una finale del suo Milan, una sorella e un cognato fieri e felici della colazione vicina, un grande Zio con una grande Moglie che hanno lasciato i grandi Impegni per essere davvero lì. E c’è lei, il primo viso che cerchi, quegli occhi meravigliosi e quelle labbra da baciare e ringraziare.

Secondo tiro.

E vedo tutto quello che è successo, i regali, le emozioni, i sorrisi, le bottiglie stappate, le crescentine mangiate, i discorsi, le risate. Ed è bellissimo.

È bellissimo ritrovarsi all’inizio di una vita sapendo chi sei e non avere paura di quello che potrai vedere, diventare, affrontare. Bellissimo sapere chi vuoi a fianco e per chi esserci quando te lo chiederà o sarà opportuno. Bellissimo sapere che, in realtà, è ancora tutto da fare.

Quando un’era si chiude si rimane sempre senza fiato. Incredibile però quanto ci voglia poco per riprendere ossigeno, aprire gli occhi e sorridere.

La sigaretta la finisco con calma, non vi preoccupate.

Arrivederci. (E grazie).

 

martedì, 11 marzo 2008
13:30

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allarme italia

Archiviato da MaDLoST in: italia, modernità liquida, verità sociali

Sono già anni che ne scrivo, ma la situazione peggiora.

E più peggiora, più credo che il sistema di regime non sia poi una brutta idea.

Ammettiamolo: la libertà democratica di cui l’Italia fa abuso è ormai una sconfitta per il popolo.

La legge ferrea dell’oligarchia teorizzata da Robert Michaels (sociologo e politologo tedesco) non è più teoria, è pratica: “sulla base democratica si innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio”. Ciò significa che il potere è nelle mani dei soliti ipocriti.

Sono già anni che ne scrivo: allarme Italia.

Se il potere è nelle mani di pochi, allora che sia nelle mani di uno e basta. Non mi interessa che sia di destra o di sinistra, vorrei solo che le leggi siano applicate così come sono, basta con i balletti della politica, basta con i furbetti del quartiere e basta con i soliti noti.

Va bene, lo ammetto, la mia è una provocazione pura.

Non mi auguro davvero una dittatura...ma forse ci siamo già. Siamo nella dittatura del garantismo, del diritto senza dovere, del lascito delle responsabilità.

Apriamo un quotidiano qualunque.

Toh, oggi scopro che alle liste elettorali per il 13 e 14 aprile sono iscritti più uomini dello spettacolo che uomini di cultura. Ma stiamo scherzando? Ci facciamo governare da un Pippo Baudo? Al popolo bue non interessa, non c’è più fiducia nelle istituzioni, andiamo avanti.

Cronaca: ragazza di 27 anni di Roma investe e ammazza una 13enne, poi scappa. In seguito cerca anche di riverniciare la macchina, ma i carabinieri la trovano grazie ai testimoni. Racconta che aveva paura, che non sapeva che fare. E oggi è uscita dal carcere ed è andata al lavoro. La 13enne fa compagnia ai vermi e questa è in pausa caffè a raccontare di quanto terrore abbia sofferto.

Vogliamo parlare dei mostri? Quali? Ma quelli che infestano la cronaca nera, ma che a noi piace parlarne con i nomi delle città! Erba, Cogne, Garlasco, Novi Ligure...fuori o dentro, ne parliamo come se conoscessimo le vittime, come se fosse una nuova fiction tutta italiana, con il dramma e la suspance degna di un film alla Mario Merola. Ci sono anche diversi sceneggiati, abbiamo i Ris noi, poche pippe! Non esiste più l’indagine normale, esistono le prove scientifiche! Prendono un assassino con un coltello in mano e sangue dappertutto. Prove schiaccianti? Macchè. Lui afferma di essere stato lì perché cercava una braciola di maiale, è una congiura. E intanto passano anni e passano uomini in tuta bianca a setacciare l’appartamento del massacro. In cerca della braciola di maiale, naturalmente.

Andiamo avanti così, ci piace. Se questa è la politica, allora viva la scorrettezza. Luxuria vuole fare pipì nel bagno delle donne? Ma da quando? Ha il pisello, ricordiamocelo tutti. Ha il cazzo. Ecco. Ora io mi travesto da donna e poi pretendo di pisciare sempre nel bagno delle donne. Chi non me lo fa fare, lo denuncio perché offende la mia persona interiore. Sì, vi prendo per il culo, ma il giudice mi darà ragione e dalla mia avrò anche l’opinione pubblica, perché fa figo stare con il “diverso”.

Ah, l’integrazione. Che bella parola! Noi italiani, sì che siamo bravi! L’integrazione con le culture diverse, che bel sogno che prende realtà in Italia! Sì, perché noi abbiamo scambiato l’integrazione con la rinuncia delle nostre tradizioni e regole. Che ora sembra una parola così bacchettona, la tradizione. Eppure nella tradizione ci sono le nostre radici. E manifestiamo contro la globalizzazione e contro la tradizione. E cosa ci resta? Se perdiamo memoria e futuro, cosa ci resta? Ci resta da vedere il Dottor House alla sera? Ci resta da fare la fila ai negozi per i saldi e avere l’abito firmato comprato alla metà del prezzo originale? Ci restano i barili di petrolio? No, neanche quelli, perché sono di proprietà altrui. Come l’energia elettrica, che il 70% del fabbisogno italiano proviene dalle centrali nucleari francesi, ma in Italia, no, non ci può essere il nucleare. Copriamoci gli occhi, è meglio, se scoppia una centrale in Francia, la merda atomica rimane là, non verrà mai qua, no? Merda per merda, mettiamo tutto in Campania e aspettiamo l’esercito.

Sembro catastrofico? Forse. Ma sono tutte realtà che abbiamo davanti agli occhi. Chiusi. Siamo tutte vittime di un sistema fallito, ma non c’è peggior vittima di quella consapevole degli orrori che vive e dei carnefici che sceglie.

Allarme Italia. C’è qualcuno che lo sente?

domenica, 09 marzo 2008
20:57

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vaffanculo

Vaffanculo.

Prendersi un vaffanculo non è mai semplice. Difficile da accettare senza aprire bocca, un vaffanculo. È forse una delle parole più usate al mondo, insieme a ti amo e dove cazzo sono finite le chiavi?

Come nuovo giornalista, mi aspettavo di riceverlo a breve. E così è stato. D’altra parte cosa ci si può aspettare da uno che ha appena visto la casa in fiamme? Tu sei lì con il bel taccuino, una penna e un’espressione che dovrebbe indicare il dispiacere per l’accaduto. È il tuo mestiere ora, stai imparando, sei stato mandato lì proprio per questo motivo...ma sono tutte cose che ti racconti per farti forza, perché sai che il tizio con cui stai per parlare ha problemi molto più ingenti dei tuoi. Tu devi scrivere un articolo, lui deve trovarsi una nuova casa. Vince il più sfigato.

Conclusione: torni in macchina mordendoti le labbra. Mi prendo il primo vaffanculo della mia carriera giornalistica e mentre viaggio sulla strada a radio spenta, mi chiedo quando sarà il prossimo.

Ricordo ancora il mio primo. Ero alle elementari. Rimasi con la bocca chiusa e gli occhi sgranati. Non credevo di aver fatto nulla per meritarmelo e rimasi zitto tutto il giorno alla ricerca di un motivo valido. Sì, strano fanciullo. Me ne dimenticai in fretta, i bambini sono belli per questo: il giorno dopo era davvero il giorno dopo.

Crescendo ne ho collezionati parecchi, tutti per i più svariati motivi. Le uniche volte che non rispondevo a tono erano con le ragazze. Quando qualcuno ha ragione, bisogna ammetterlo. E allora ecco ancora le labbra strette e lo sguardo basso.

In mezzo ci cacciamo tutti i fanculo della strada. Quando guidi, il vaffanculo diventa un prezioso intercalare. Fanculo qui, fanculo là, ogni tanto anche un ma schiantati del tutto gratuito.

E poi ci sono i grandi vaffanculo. Quelli degli amici che si incazzano, che deludi, che tradisci. Diventano giganteschi quando queste tre situazioni convergono tutte in una volta, ma è un’impresa davvero ardua da condurre a buon fine. Questi vaffanculo fanno male, sono dei bei cazzotti alla bocca dello stomaco che ti fanno tirare il fiato per diversi minuti. Ogni tanto passano anche degli anni senza respirare, ma questa è un’altra storia.

Ciò che mi dispiace, in realtà, è che al giorno d’oggi non ci si ferma più davanti ad un bel vaffanculo, piazzato lì come spartiacque tra l’azione giusta che doveva essere compiuta e quella decisamente sbagliata che ha avuto esito positivo. Oggi ci si fanculizza per niente e non si capiscono i motivi, camminare, parlare, vivere è come andare in macchina, dove l’insulto è legalizzato e giusto.

Mi piacerebbe vedere più insulti concreti e più persone a pensare, ecco. Che so, accendere la tivvù e vedere finalmente qualcuno del Grande Fratello esplodere in un maestoso Vaffanculo a tutti, siete degli idioti! e magari l’amministrazione Mediaset ci ripensa se mandare un altro GF l’anno dopo. O magari, toh, Napolitano in Parlamento, fanculo deputati! e forse può capitare che i politici comincino davvero a fare il lavoro per cui sono pagati.

Ma forse basta ancor meno. I vicini di casa. Invece di ammazzarsi, un bel fanculo e poi, ok, fermiamoci, magari stiamo esagerando, metti via il coltello Olindo, va bene Rosa.

E insomma io me ne torno a casa con qualche breve dichiarazione sul taccuino e un vaffanculo che sa di disperazione sulle spalle. Dopo due chilometri accendo la radio, che per questa volta ci ho pensato già abbastanza. Prego perché non siano così tanti come immagino ora, i vaffanculo che mi aspettano al varco. C’è questa pioggia assurda da tre giorni ormai, cheppalle...e un idiota mi taglia la strada. La vena del collo pompa subito un due litri al cervello. C’è il semaforo, mò mi sente l’idiota. Mi affianco e vedo questo vecchietto con il berretto che mi chiede scusa a gesti.

Serro le labbra in un mezzo sorriso e alzo la mano, come per dire tutto ok, si figuri.

I vaffanculo sono e dovrebbero essere importanti e usati con giudizio.

Ma possiamo farne anche a meno.

A meno che non ti si spenga improvvisamente la macchina al semaforo.

Per un guasto al circuito elettrico.

Allora sì, allora vaffaaaaaaa...